Coronavirus: dalla quarantena alla responsabilità penale

Trasgressione delle misure restrittive introdotte dai DPCM

La situazione di emergenza, dovuta alla progressiva diffusione del COVID-19 sull’intero territorio nazionale, ha determinato il susseguirsi di decreti emanati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, volti a prevenire e contrastare la rapida trasmissione del virus.
Se una delle prime prescrizioni ha vietato qualsivoglia forma di assembramento in luoghi pubblici o aperti al pubblico, le successive hanno inciso profondamente sulla libertà di movimento delle persone fisiche, incrementando i controlli da parte della polizia giudiziaria al fine di imporne l’osservanza.
In virtù dell’introduzione, in data odierna, del nuovo modello di autodichiarazione si osserva come, previa identificazione dell’interessato, sia obbligo di quest’ultimo dichiarare – sotto la propria responsabilità ed in forza del divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora – di non essere sottoposto alla misura della quarantena ovvero di non essere risultato positivo al virus.
Per altro verso, è penalmente responsabile, ai sensi dell’art. 650 CP, chiunque “…non osserva un provvedimento dato dall’Autorità, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o d’igiene…”. Si tratta di un reato, appartenente alla categoria delle contravvenzioni, punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a duecentosei euro.
La fattispecie penale in trattazione, salvo che la condotta del soggetto non costituisca più grave reato, sanziona coloro i quali non riescano a fornire motivazioni sottese al proprio spostamento ovvero ne comunichino altre che non possano essere racchiuse nelle comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, motivi di salute e rientro nel proprio domicilio, abitazione, residenza.
Sotto altro aspetto, laddove venga accertato che nell’autocertificazione sia stato dichiarato il falso, si configura la fattispecie, disciplinata dall’art. 483 CP, che sanziona con la reclusione fino a due anni “…Chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali è destinato a provare la verità…”.
Significa, a titolo meramente esemplificativo, dimostrare che la ragione dello spostamento rientri in una delle categorie previste: provare quale sia l’esigenza lavorativa, finanche indicando il luogo lavorativo da raggiungere, fornire l’indirizzo della propria abitazione, domicilio o residenza ovvero indicare quale sia la situazione di necessità.
In quest’ultima ipotesi, qualora, all’esito del controllo, la competente polizia giudiziaria ritenga opportuno trasmettere gli atti ai fini dell’iscrizione della notizia di reato, la veridicità dell’autodichiarazione sarà oggetto di accertamenti successivi.

Avv. Gabriele Cappelletti – Dottore di ricerca in Diritto Processuale Penale.

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